Racconti d'epoca
CASUS VITAE
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CASUS VITAE
Un padre, alla sua morte, aveva lasciato per testamento un terreno ai due figli: Pippo e Franco. Pippo pretendeva aprirsi un varco-passaggio alla giusta metà.
Il fratello Franco si opponeva e gli suggeriva di istradarsi dalla parte opposta al suo terreno.
“Perché devo perdere tre metri per il passaggio?” gli rispondeva Pippo.
Il fatto sta che, per accedere al terreno, prima della divisione, c’era una strada laterale che si trova nel terreno toccato a Franco. Il padre aveva diviso il terreno, la giusta metà, senza tener conto della strada esistente, così Pippo pretendeva passare dal confino con il fratello, il quale si opponeva perché lo valorizzava per una ipotetica successione. Si andò a finire in tribunale.
Pippo scelse il miglior avvocato del paese e le sue arringhe erano molto convincenti, tanto che l’avvocato di Franco, per non perdere, faceva differire la causa.
All’avvocato di Pippo gli conveniva perché, ad ogni convocazione, erano soldi che incassava, soprattutto perché Pippo, con il suo testardo orgoglio, non badava a spese.
Portare la causa per le lunghe conveniva anche a Franco per non subire una sconfitta: “Il futuro” diceva, “è nelle mani di Dio”. Accadde che Pippo morì e nessuno se lo aspettava.
La causa restava sospesa, chi la poteva impugnare?
Il dante causa era morto, i parenti del coniuge stavano alla larga per paura di rimetterci.
A Franco gli spettava per legge una parte del terreno del fratello e sognava che, alla morte del coniuge, dopo aver pagato la differenza, avrebbe riunito la proprietà paterna.
Il problema non doveva più sussistere, ma l’eloquente avvocato del defunto Pippo, con astuzia, diceva che non aveva mai visto un Euro in precedenza. Non c’era nessuna dimostrazione per denunciare il falso e pretendeva una somma superiore al valore del terreno stesso.
Franco è stato costretto a far intervenire il suo avvocato il quale, benché fiacco, sostenne in tribunale che: “è assurdo chiedere un erario superiore al valore di una cosa di cui s’impugna”.
Ma l’avvocato del defunto, con calcoli alla mano, sosteneva di aver assistito a nove cause e la somma si aggirava a quella richiesta.
L’avv. di Franco, tramite documenti, dimostrò che le cause erano state quattro e non nove.
Il giudice acconsentì che si pagassero le quattro cause quantunque, a parere di tutti, erano salate.
Quando Franco consegnò l’assegno, a quattr’occhi a questo odioso rivale, che gli aveva intossicato il pranzo per tanti lustri proruppe: “Spero che questi Euro siano utilizzati tutti per le medicine”. Passò del tempo e l’avv. si ammalò di una malattia anomala: un qualcosa di cancro non ancora conosciuto dalla scienza. L’avvocato gli ritornò in mente la sentenza di Franco e oltre a sbigottirsi, si voleva vendicare trascinandolo in tribunale come iettatore. Franco fu costretto a ricorrere di nuovo ad un avvocato per la difesa, e scelse uno in gamba di un altro paese.
L’avv. di Franco con tatto, documenti e foto alla mano so-stenne splendidamente la sua arringa con il sostenere che Franco era una persona dabbene, lo dimostrava il plebiscito cittadino.
Inoltre aveva prestato servizio di volontariato in varie parti fuori paese e tutti ne parlavano bene.
Chi invece l’aveva diffamato tacciandolo di un “assurdo” iettatore era stato il presente avvocato e lo dimostrava la massa di testimoni come costui si accanì verbalmente, con manifesti e una volta aveva messo persino un articolo sul giornale locale e lo mostrò al giudice. Questi convinto, multò l’avvocato del defunto Pippo. Il movente era: “diffamazione” e per risarcimento danni doveva pagare a Franco una somma superiore a quella che gli aveva dato un tempo.
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