Oltre la superficialità dei giorni

E’ importante, a nostro avviso, costringere in qualche modo chi scrive a mettersi allo specchio, a parlare, a rileggersi, ad offrire almeno in parte se stesso alla fruizione di chi legge, o vorrebbe leggere, le sue opere.
Ecco perché abbiamo sollecitato Pasquale Francischetti ad aprirsi, a dare risposta a quegli interrogativi che navigano nella nostra mente, dopo aver seguito il suo itinerario letterario ed apprezzato il suo impegno a favore della poesia e della cultura in ogni sua fisionomia scritturale e creativa.
Va detto, comunque, che Pasquale Francischetti è prima di tutto un poeta, e prova ne sono le tante sillogi fin qui date alle stampe ed il fatto che il suo discorso si dipana fluido ed armonioso sul filo di un lirismo intrinseco, vivace.
E’ una poesia, la sua, che è la testimonianza viva di un animo assai sensibile e alla continua ricerca della verità.
Non a caso dimostra di vivere la sua creatività, di armonizzare con un linguaggio equilibrato e luminoso gli elementi fondanti del suo io, ovvero religiosità, affetti, senso della misura ed altruismo, partecipazione ai perché e alle incertezze della società, memoria vigile e sincerità.
Ma vediamo ora cosa è scaturito dalle domande e dalle risposte che hanno vivacizzato la conversazione con Pasquale Francischetti.


In grassetto è la domanda; in corsivo è la risposta C’è un motivo che la spinge a scrivere poesie ed a mettere a fuoco i suoi sentimenti e le sue attese, visto che nella società odierna sembra non esserci spazio per gli ideali autentici?
“Il motivo (forse primordiale) che mi spinge ad esternare i miei sentimenti è, probabilmente, quello atavico e innato nell’uomo: vale a dire il bisogno di comu-nicare. Non importa con chi o con quanti, la cosa rilevante è trasmettere a qualcuno un messaggio vero e sincero; o forse un suggerimento velato sul modo con cui comportarsi per migliorare la qualità della vita, propria e degli altri”.
Cos’è che riempie di più i silenzi della sua anima?
“La causa predominante che riempie i silenzi della mia anima è l’impotenza di non riuscire a penetrare i misteri della vita. Il reale con il quale mi misuro quoti-dianamente non riesce a soddisfare l’intimità della mia coscienza. Sono certo che da qualche parte esiste un mondo irreale nel quale la mia anima (anch’essa astratta) vorrebbe spaziare, libera da qualsiasi ingiustizia e dalla materia che opprime lo spirito tenendolo prigioniero in un labirinto che, sotto certi aspetti, attrae solo la carne”.
Si notano nostalgia e malinconia nei suoi versi. Perché?
“E’ mia personale convinzione che la vera poesia nasca dal dolore. In un’altra mia poesia dico che ‘la felicità è un intervallo / tra un dolore che si allontana / e un altro che sopraggiunge’. Quindi, nostalgia e malinconia sono, per me, sentimenti essenziali per far nascere la poesia. Ho conosciuto autori che scrivevano poesie all’istante, mentre si festeggiava il matrimonio di un parente. Io credo che quella non sia poesia e che quell’autore non sia un poeta: è solo uno che inventa versi per accontentare i familiari”.
Nelle sue poesie si respira a tratti un’atmosfera quasi pittorica, un abbracciare caldo la natura e la realtà in cui vive od è vissuto. C’è un motivo specifico in tutto questo?
“Ho sempre amato disperdermi oltre i colori dell’alba, cercare di sapere cosa si nasconde dietro l’orizzonte; sentirmi, insomma, in sintonia con la natura e, volendo, anche con il mistero. Diciamo che il mio è un tentativo di aprire quelle ‘taciturne porte che la Notte ha aperte sull’Infinito’, come diceva il grande Dino Campana. Non trovo un motivo specifico in questo; dico, presuntuosamente, che è una dote innata. Dico anche che è un modo particolare di ascoltare il senso profondo (e anche confuso) della propria esistenza. Guai a non accettare la realtà in cui si vive, a non essere consapevoli di esistere o di rifiutare il proprio destino. Non so se sono riuscito a ‘colorare’ i miei versi tanto da avvicinarli ad una ‘pittura’, poiché, credo, questo significherebbe essersi abbordato all’Arte; e, sinceramente, non ho mai avuto questa pretesa, mi basta aver lanciato un messaggio! Certo, abbracciare alcuni aspetti della mia liricità significa anche riconoscere la nascita di un’effettiva e volontaria condizione di solitudine, ma non è forse questo uno degli atteggiamenti che fanno di un uomo qualunque un poeta? ”
In quale misura Giuseppe Ungaretti, che Lei considera il suo “maestro”, ha influito sul suo modo di scrivere versi e di calarsi nel vivo della nostra inquieta società d’oggi? E di Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo cosa ci può dire, sempre nel contesto dell’influenza che hanno avuto nel suo percorso poetico?
“La poesia di Ungaretti, a mio avviso, si basa sulla neutralità sentimentale della parola, sulla bivalenza del significato, in altri termini cede l’iniziativa alle parole. In questo contesto, quindi, è bene non dilungarsi troppo per esprimere i propri sentimenti; bisogna essere, per l’appunto, ermetici. Ungaretti per me è quello che più di tutti ha saputo trasformare (o trasportare negli altri) il dolore personale in una afflizione universale. Leggendo le sue poesie il lettore sente come proprie le vicissitudini sintetizzate dal poeta in parole essenziali, poiché, ripeto, bastano poche parole per imprimere sulla carta e nell’animo degli altri il dolore o la gioia che si prova. Di Eugenio Montale ho assorbito l’essenzialità delle espressioni, la summa delle emozioni, la necessità di esprimere le proprie sensazioni senza troppi giri di parole. Ciò comunque, è quello che si trova nella poesia di tutti e tre gli autori ermetici, anche se in Montale è più evidente la necessità di ‘narrare’ la condizione umana in termini diversi. E questo lo conferma lo stesso Montale in un’intervista del 1951, quando disse: “L’argomento delle mie poesie (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio”. Salvatore Quasimodo lo considero il più acculturato dei tre (se posso esprimermi in questi termini), ma è risaputo della sua influenza acquisita dalla cultura greca che, tra l’altro, Quasimodo ha saputo rendere più moderna inserendo una certa distensione nella parola, e con esiti più che felici. La mia poesia nasce da questo vasto contesto culturale, anche se non è paragonabile ad esso in nessun modo, essendo la mia un lontano parente di quella poesia vera espressa dalla triade appena citata”.
Napoli, la sua gente, il suo ambiente, la sua storia, quanto sollecitano gli scenari del suo io creativo?
“In una mia poesia ho affermato che Napoli è ‘l’isola su cui riposare’ e non a caso la definisco ‘donna mia’. In un’altra poesia dico che dovunque andrei non sarebbero ‘le vie, i palazzi o la gente / né la luna o il mio amico mare’ ad inseguirmi o rendermi inquieto per la loro mancanza, ‘ma l’ombra di Eduardo, Viviani, Bovio e Scarpetta e l’antico Pulcinella!’. Questi versi esprimono in gran parte gli scenari (e forse i disagi) che sollecitano il mio io, oltre a tanti altri motivi che una metropoli come Napoli sa offrire a chi l’ama”.
Cosa pensa dell’amore, dell’amicizia, del dialogo tra i vari popoli, della superficialità dilagante, dell’apparire prima dell’essere? Cosa si potrebbe fare per cambiare un po’ la situazione?
“Sull’amore potrei risponderle con una frase dello psicanalista tedesco E. Fromm, morto 26 anni fa, il quale nella sua opera “L’arte di amare” diceva: ‘La mag-gior parte della gente ritiene che amore significhi essere amati, anziché amare’. Per me l’amore è dare, senza la minima speranza di ricevere qualcosa in cambio. L’ami-cizia, invece, la ritengo una forma di amore che, però, esclude il sesso; e per questo motivo è più duratura dell’amore. Il dialogo tra i popoli è possibile, e lo ha dimostrato di recente l’Unione Europea; c’è però ancora molto lavoro da fare, come unificare la lingua parlata, i costumi ed inculcare una nuova mentalità che unisca maggiormente gli uomini. Purtroppo, ciò non sarà mai possibile con quei popoli che hanno caratteri e culture complesse ed estreme. Non si può ragionare con chi cerca di importi la sua volontà. Se non c’è un minimo punto di incontro non ci sarà mai dialogo. La superficialità dell’apparire nasce dall’egoismo, dal desiderio di primeggiare sugli altri anche senza averne meriti apparenti. E’ un brutto difetto! E bene diceva il filosofo latino Seneca: ‘Sono più le cose che ci spaventano che quelle che fanno effettivamente male, e siamo travagliati più per le apparenze che per i fatti reali’. In questo contesto è difficile trovare una ricetta per poter cambiare la situazione mondiale; la natura umana non consente all’uomo di valicare certi limiti, ma neanche di abbattere certi tabù interiori. Il grande Luigi Pirandello in “Ciascuno a suo modo” diceva: ‘Sapete che cosa significa amare l’umanità? Significa soltanto questo: essere contenti di noi stessi. Quando uno è contento di se stesso, ama l’umanità’ ”.
Si ritrova in quanto ha scritto di lei la poetessa Maria Rosa Pino, ovvero nel tormento che crea “il dualismo tra la ragione che nega e l’anima che vuole credere”?
“Credo di sì, il destino di apostata è proprio questo dubbio tormentoso. In verità, però, non saprei se definirmi apostata, eretico oppure ateo; credo che nessuno di questi tre aggettivi mi configuri in modo esatto. Lascio quindi ai pochi lettori delle mie poesie la definizione che a loro più aggrada. Certo, credo sia difficile per chiun-que conciliare la ragione con l’anima”.
Potrà contribuire la poesia a superare, in qualche modo, il “male di vivere” in cui, purtroppo, ci troviamo, magari inconsciamente e nostro malgrado, a dover navigare?
“Credo sia proprio ‘il male di vivere’ a far germogliare la poesia; e questo non solo nell’attuale società, ma in tutti i tempi. Non è, pertanto, la poesia ad insegnarci a superare i tormenti sociali, poiché essa nasce da questi. Riguardo ai termini ‘inconsciamente’ e ‘nostro malgrado’, non credo siano esatti; in quanto è l’uomo che governa il timone della propria nave, quindi è egli stesso a creare i disagi sociali verso i quali indirizza la propria rotta; pertanto non è vittima ma protagonista del proprio destino. Certo, la poesia è una medicina che allevia il dolore, ma da sola non è in grado di curare tutti i mali sociali”.
Come le è venuta l’idea, un’idea brillante, di dare vita al “Cenacolo Accademico Europeo Poeti nella Società” che ormai vanta nelle sue file un numero notevole di esponenti della moderna poesia? E cosa si prefigge in modo particolare?
“Lei saprà che Poeti nella Società è nato nel lontano 1987 con lo scopo di dare voce agli autori emergenti che avevano poche possibilità di diffusione della loro opera. Già da tempo avevamo due sedi estere e poi con l’Unione Europea è stato deciso di far nascere il Cenacolo Accademico con l’impegno di allargare i suoi confini consolidandosi in Europa. Abbiamo oggi sedi in Francia, Belgio, Svizzera, Repubblica Ceca, tanto per citare quei paesi dove sono attivi nostri collaboratori. Quello che il Cenacolo si prefigge è di dare una maggiore diffusione alla poesia con la ricerca, mirata, di nuovi e più numerosi lettori; e ci stiamo in qualche modo riuscendo”.
E che cosa ci può dire dell’iniziativa editoriale non profit relativa ai Quaderni che puntualmente escono con firme assai valide ed interessanti?
“Lei mi chiede di fare un discorso decisamente scottante. Sarò clemente. Come lei saprà, oggigiorno, gli ‘editori’ stampano solo con il contributo degli autori; cosa che non dovrebbe avvenire. Il vero editore è quello che stampa un libro a sue spese, lo immette sul mercato, e dalla vendita ci guadagna lui e l’autore, con i diritti previsti dalla legge. Il problema è che i libri non si vendono e quindi gli editori non immettono opere sul mercato, poiché ci rimetterebbero. Poeti nella Società ha quindi deciso da tempo di stampare opere dei propri soci con modalità il più economiche possibili, senza scopo di lucro. Così un nostro socio può vedersi pubblicata una raccolta senza dover spendere troppi soldi. Certo, in questo modo l’autore non vede diffusa la propria opera, almeno non in un contesto globale, ma ciò succede anche se egli stampa con un ‘editore’ che si professa tale, ma che in realtà non lo è”.
C’è qualcosa che non la convince del mondo letterario di casa nostra?
“Non è il mondo letterario in sé ad avere dei problemi, bensì tutto quello che gli ruota attorno: il sistema sociale, il sistema economico… Prova lampante è il caso dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa il cui romanzo “Il Gattopardo” fu rifiutato da Mondadori nel 1956 e l’anno dopo anche Einaudi si rifiutò di pubblicarlo. Oggi si dà più peso al frivolo che all’essenziale. Il gossip è di gran moda. Si scende in piazza in cinquantamila per assistere ad un concerto rock, ma nessuno presenzia alla cerimonia di presentazione di una nuova opera letteraria. Se muore una star della musica o del cinema-TV si riempiono le pagine dei giornali; se invece muore un poeta, un breve trafiletto in decima pagina e basta. A nessuno interessa, tanto meno l’opera letteraria di quel poeta. Noi italiani siamo fatti così. Quindi non è il mondo letterario che non mi convince, ma sono gli italiani, sono i potenziali lettori che mancano, purtroppo. Certo, abbiamo assistito a casi editoriali eccezionali come quelli di Harry Potter, il Signore degli anelli o le barzellette di Francesco Totti; ma questi sono fenomeni commerciali che esulano dalla letteratura; sono eventi ‘eversivi’ (o diversivi) e non culturali. La cultura è altrove, è un’altra cosa! ”
Non sarebbe auspicabile un maggior impegno da parte dei poeti in ambito civile e politico, magari allo scopo di dare più visibilità alla poesia stessa che da sempre, ed è arcinoto, trova pochissimo spazio tra i lettori?
“Il compito di un artista è quello di creare e basta! E’ già una fatica immane per un autore far nascere la propria opera e non mi sembra giusto che debba pure preoccuparsi di dare più visibilità alla sua poesia; soprattutto perché gli costerebbe molto in termini economici. Poesia e politica, da sempre, male si sposano; e l’ambito civile è quello che dovrebbe accogliere l’arte creata dagli autori e non lasciarsela imporre. La poesia non trova spazio perché non ci sono lettori che l’accolgono (gli stessi autori nella maggior parte dei casi non leggono le opere altrui), quindi non vedo come possa il poeta obbligare gli altri a leggere la sua opera. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un vecchio proverbio. Il compito di dare più visibilità alla poesia deve essere attribuito alle case editrici, ai critici letterari, ai pubblicitari e infine ai lettori. Perché si vendono milioni di CD musicali e invece pochissimi libri? Ma sarebbe una grossa pretesa, da parte mia, quella di inquadrare in ogni sua sfumatura i travagli dell’odierna editoria nel nostro Paese. Ad ognuno il suo compito! ”
Lei ha chiuso la silloge “I paesaggi dell’anima” con un interrogativo: “Forse mi lascerò andare / nella fragilità del giorno / oltre la vita, buio o luce?”. Ha già in sé la risposta oppure ne è alla ricerca?
“Non possiedo, purtroppo, una risposta esauriente al mio interrogativo; anche per i motivi già indicati in una precedente risposta. Se ne deduce che sono sempre alla ricerca sui perché della vita e della morte; e, se devo essere sincero, mi sta bene così, perché altrimenti smetterei di scrivere poesie; sempre che le mie siano poesie”.
Un’ultima cosa: come vorrebbe essere catalogato nella storia della poesia contemporanea italiana?
“Credo che la letteratura italiana si sia fermata ai vari Dario Bellezza, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, tanto per citare alcuni della mia generazione, nati cioè intorno al 1945. Poeti che forse non sono ancora classificabili in una nuova storia della letteratura. Ho paura che in un prossimo futuro a nessuno interesserà più la storia della poesia contemporanea. Già oggi sono pochissimi quelli che l’hanno letta, compreso qualcuno tra quelli che scrivono. La mia aspirazione, quindi, non è quella di essere catalogato, bensì quella di essere letto. Se fra venti anni avrò ancora un solo lettore che rifletterà sulle mie poesie, sarò felicissimo. Perdoni il mio pessimismo, ma non credo che nei prossimi anni ci sarà una catalogazione della poesia contemporanea. Sarà già tanto se esisteranno ancora i lettori. Pure, mi creda, dovrei essere ottimista, poiché, come diceva Aldo Palazzeschi: ‘Muoiono i poeti ma non muore la poesia’ ”.


Fulvio Castellani

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