CRONACA DI UNA GIORNATA STRANA


Sentivo che sarebbe stato un giorno diverso, che mi avrebbe portato un qualcosa di nuovo e speciale. Non sapevo come spiegare questa sensazione particolare che mi aveva quasi accompagnato dal mio risveglio e che non si basava su niente di concreto: era come un’aura sottilissima che m’avvolgeva la mente e che rendeva il mio rapporto con uomini e cose distante.
Mi soffermavo spesso col pensiero alla ricerca di un appiglio che potesse darmi un punto da cui partire per costruire una giustificazione al mio stato d’attesa, ma nulla!
Non riuscivo neppure a concentrarmi su qualcosa e sembrava che anche il niente mi fosse estraneo. M’imponevo di distrarre il pensiero impegnandomi in incombenze futili e giornaliere, verso quei piccoli gesti che formano una sorta di rituale di una giornata come tante altre.
Ma proprio quando pensavo di aver dimenticato, di essermi distratto di aver perduto… per strada quella strana sensazione, ecco nuovamente il mio esile brivido d’attesa, la mia ansia su un imprevisto, quasi anticipato.
Le ipotesi pullulavano, si affollavano o svanivano prima ancora di essere puntualizzate e su tutte i pensieri occupavano tempo forse necessario ad altre riflessioni.
Ed intanto le ore passavano, il tempo veniva scandito da una specie di pendolo interno che scandiva il suo tic-tac in un’alternanza fra realtà ed inconscio.
Immagini e pensieri avevano la durata di un arcobaleno i cui contenuti erano zeppi di animazione di uomini e cose.
Nemmeno il telefono interrompeva questa ricerca di concentrazione e quest’ansia di attesa. Allora, abbandonando le domestiche mura uscii!
Chissà che l’ambiente esterno, con la sua diversità non m’aiutasse!
Il mondo mi venne incontro: la gente, le strade, rumori e grida continuavano monotonamente la loro vita e il loro movimento dava quasi voce ad una presenza che era continua in un giorno come tanti, un giorno che solo per me sembrava voler assumere una connotazione insolita, non come ieri e forse non come domani.
Mi muovevo in questa strana dimensione, estraneo e partecipe al tempo stesso, ed il mio animo si estendeva fino ad un cielo che mai, prima di allora, mi era parso così avvolgente.
L’incontro con alcuni amici, la sosta al caffè con i conseguenti riferimenti all’inutile ed al banale, non mi allontanavano da quella sensazione strana che continuava a vivere al mio interno e ad affiorare quasi con prepotenza.
Mi stavo abituando a sentirla vicina, amica-nemica e della quale mi sentivo padrone e vittima.
Credevo perfino che tale sensazione fosse capace di sollevarmi verso l’alto per farmi poi ripiombare verso un baratro più basso e profondo.
Veniva spontaneo considerare la vita nei suoi ritmi quasi uniformi, nelle strane alternanze di luce e buio, di gioia e dolore, di malinconia solitaria e di allegria condivisa.
Giunsi, riflettendo, all’ineluttabilità di una corsa verso la morte, di quell’illusione che s’infiltra nella mente umana sulla forza della volontà e sulla capacità conseguente di cambiare uomini e cose, fatti e circostanze e soprattutto nella metamorfosi da una negatività quasi assoluta verso un aspetto più accettabile della vita.
Tutto ciò incupì la mia giornata, cominciò a rendere oscuro perfino quel sole che, uguale per tutti, continuava a brillare nel cielo.
Mi trasformavo forse in una persona frustrata e scettica, amara e delusa che avrebbe dimenticato la serenità di un sorriso? Tornai a casa.
Tutto mi venne incontro: quasi a consolarmi, il mio ambiente mi proponeva la normalità della mia vita come conforto e consolazione.
In una sensazione quasi riposante, un alleggerimento di un’angoscia che mi teneva avvinta già da qualche tempo. Sembrava quasi che perfino ciò che mi era parso superfluo o inutile volesse darmi il benvenuto. Ogni cosa sembrava dirmi: “resta qui, accetta tutto questo che è tuo, che è qui per te e che ti ha tenuto compagnia senza che te ne accorgessi, accettandoti come sei. Questo è stato il tuo piccolo mondo e solo da qui, spesso, ti è stato possibile chiudere fuori l’ignoto e l’estraneo”.
E la serenità di quel silenzio fu spezzata da un “ciao cara, ben tornata, tutto bene”.
Mi accorsi in quell’attimo che quella era stata veramente una giornata particolare; avevo riconquistato me stesso, avevo ritrovato qualcosa di me che forse si stava perdendo, avevo risuscitato i miei interessi, i miei valori, quelli che non riconoscevo da tempo e li avevo riconosciuti molto più vicini di quanto io stesso non avessi creduto.
Avevo scoperto che la serenità ci viene spesso proprio da ciò che si considera acquisito e si dà per scontato: le piccole gioie di ogni giorno, la sicurezza di un rifugio sicuro, la vicinanza di affetti e sentimenti fuori e dentro di noi, la ricerca di stati d’animo che si rivelano illusori o falsi.
Fui turbato da tutto questo. In un giorno avevo riconquistato la mia vita, il mio cuore che, come altri, passivamente avevo trascurato in una lenta marcia verso il banale quotidiano.
Turbato dagli squarci aperte da queste considerazioni, ma pronto ad affrontare con spirito più consapevole nuove scoperte e nuove angosce sia pur dolorose, risposi in modo deciso: “ciao grazie, tutto bene!”.



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